sabato 27 maggio 2017

L’informazione che ascolta a Spazio Caffelarte a Paese



La rete dei borghi europei del gusto ha inaugurato il progetto ‘Quelli del Cagnan’ a Treviso e dintorni, con uno stage d’informazione presso lo Spazio Caffelarte di Paese.
“ L’iniziativa – osserva Renzo Lupatin,presidente della rete-, riporta a nuova vita il giornale satirico Il Cagnan, per dare voce alla storia e alla cultura non ‘ufficiali de la Piccola Atene. Oltre alla editorializzazione del roseo foglio, vi saranno anche un blog di informazione (già operativo) e una trasmissione televisiva curata dalla redazione di Borghi d’Europa,intitolata, appunto ‘Il Nuovo Cagnan’. “
Così Giulia,musa ispiratrice di Spazio Caffelarte, racconta il locale : “Siamo una caffetteria con cucina, un luogo di incontri e di sapori dove godersi un buon caffè e una ricca colazione con golosi dolci fatti in casa, circondati dalle creazioni artistiche ed artigianali in esposizione. Le idee e la creatività sono il cuore di casa caffelarte.Il nostro spazio, un locale di 300 mq a paese, ospita, oltre alla caffetteria un piccolo design shop, una sala per ricevimenti e uno spazio per laboratori creativi. Il progetto è ora in piena attività con un team giovane, curioso ed entusiasta, e si alimenta anche grazie alla creatività e alla partecipazione della nostra clientela. “
Dopo gli interventi della rete e dell’Assessore alle Attività Produttive e allo Sport del Comune di Paese,Camillo Silvello, si è aperto lo stage televisivo. Sono stati invitati a raccontare la propria storia Federico (Pane delle Streghe,Riese PioX), Giuseppe Zandonà (Area Manager) e Alvise Vizzotto(Agente) di Ca Foresto,l’Italia in cucina ; Denis Gazzola di Gazzolfrutt Andrea Babbato (Panificio Pasticceria Caffetteria Gastronomia al Pan Bon di Quinto di Treviso) ; Mirco Porato (Panificio Bar Pasticceria Porato) ; Nicola della Vecia Trattoria al Moncin ; Marcello Vanin della Antica Osteria Righetto di Quinto; Francesco e Marilena della Troticoltura Santa Cristina (Quinto); Giuliano Pozzobon dell’Azienda Agricola Rosalio Pozzobon di Volpago del Montello ; Nonno Andrea, Azienda Agricola Biodiversa di Villorba ; Macelleria Gastronomia Mario Martini.
In serata, a conclusione dello stage, la cucina di Caffelarte ha proposto una Cena delle Eccellenze, con un menù interamente concepito con i prodotti locali delle aziende invitate.
“ Per davvero un ottimo incontro a convivio “- conclude Renzo Lupatin,dando appuntamento ai futuri stages di informazione fra Piave e Sile.


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mercoledì 24 maggio 2017

Trieste. Rispuntano i libri perduti di Italo Svevo (da Il Piccolo) - Il curioso legame con Arcade


Riappare la biblioteca di Italo Svevo che si
pensava perduta. Sono settanta volumi fra i circa mille che riempivano gli scaffali di Villa Veneziani, la casa dello scrittore finita in briciole sotto i bombardamenti alleati nel febbraio del 1945, una parte piccola ma importantissima.  I libri diventeranno il perno di una mostra

La firma appare sulle pagine dei frontespizi, in piccolo, di solito in alto a destra, quasi schiva. Un nome solo, “Ettore”, in inchiostro blu, con grafia appena incerta. A volte è solo una “E.”. Dentro, nei volumi, fra le pagine, qua e là una sottolineatura, un segno indicativo, sempre in inchiostro blu. Compare anche una manina con il dito puntato, come quelle dei timbri d’urgenza che si usavano un tempo, disegnata a penna per evidenziare una frase, un concetto. Per esempio nel volume di Kierkegaard “Aut-aut”, in un’edizione in lingua originale stampata in gotico (1909), è sottolineata questa frase: «Non bisogna essere enigmatici solo per gli altri, ma anche per se stessi. Io studio me stesso; quando ne sono stanco, come diversivo mi metto a fumare un sigaro». E poi quest’altra: «Mi manca insomma la pazienza di vivere».
L’Ettore che postilla questi libri non è altri che Ettore Schmitz, alias Italo Svevo, e i volumi di cui si parla sono quelli della sua biblioteca. Una biblioteca che si riteneva perduta e che invece è stata trovata, anzi ritrovata, da Simone Volpato, docente (precario) di Storia del libro e dell’editoria all’Università di Trieste, editore e bibliofilo. Sono settanta volumi fra i circa mille che riempivano gli scaffali di Villa Veneziani, la casa di Svevo finita in briciole sotto i bombardamenti alleati nel febbraio del 1945, una parte piccola ma importantissima della biblioteca sveviana che adesso obbligherà studiosi e filologi a rifare un po’ i conti con l’autore di “Senilità” e della “Coscienza di Zeno”, romanzi che hanno cambiato la letteratura moderna.
Nel fondo ritrovato ci sono opere di Alfieri, Rilke, Pascoli, Croce, classici ma anche letture più amene come “Brustolini e mandorle” (1897) e “Fargnòcole” (1899) di Giulio Piazza, le “Ballate” di Cesare Rossi (1897) i versi in vernacolo “El scovazon” (1909). E poi le glorie triestine come Stuparich (“Cose e ombre di uno”, con dedica), Fauro, Wostry, Tamaro, Tribel e altri. È insomma il laboratorio di Italo Svevo, se non tutto intero almeno una sua parte significativa, quella che l’amatissimo genero Antonio Fonda Savio mise in salvo in accordo con la moglie dello scrittore Livia e la figlia Letizia nel 1943, quando la famiglia, proprio temendo i bombardamenti vista la vicinanza di Villa Veneziani con i cantieri, fuggì ad Arcade, in provincia di Treviso, nella villetta della famiglia Fonda Savio. Scappando, Livia portò con sé lettere, inediti, libri e traduzioni di Svevo, ora conservati nel Museo Sveviano, oltre a quadri e oggetti appartenuti allo scrittore. E altri volumi della biblioteca privata di Ettore Schmitz, scelti fra quelli ritenuti più importanti. Ma la guerra non risparmiò nemmeno Arcade, e quando i tedeschi requisirono la villetta i libri finirono chiusi in alcune casse e nascosti nelle stalle e nei granai di famiglie amiche, e di semplici contadini, «che ce le salvarono», come avrebbe raccontato in seguito lo stesso Antonio Fonda Savio.
Dunque, i libri di Svevo scampati alle bombe e ai nazisti erano confluiti nelle collezioni librarie di Fonda Savio, e lì sono rimasti. E quando nel 1965 fu allestita a Trieste una mostra intitolata “Italo Svevo” all’Istituto germanico di Cultura, curata dallo stesso Fonda Savio con oggetti e libri appartenuti al suocero, pochi fecero caso a quei volumi esposti.
In seguito, tra il 1991 e il 1994, la biblioteca di Antonio Fonda Savio, 3500 fra libri e opuscoli, venne donata dalla moglie Letizia al Dipartimento di italianistica dell’Università di Trieste. Nel 1997 venne poi inaugurato il Museo Sveviano, dove confluirono quarantuno libri appartenuti a Svevo ma non quelli custoditi all’ateneo, dove lo storico Elio Apih aveva avviato una prima risistemazione del materiale bibliografico e una verifica degli schedari già preparati da Antonio, da Letizia e alcuni loro collaboratori. Paolo Sessa riprese in seguito il lavoro interrotto da Apih per motivi di salute, ma solo recentemente Simone Volpato ha ricevuto l’incarico, grazie a un borsa di studio, di riordinare in modo definitivo la biblioteca che era stata di Antonio Fonda Savio. E Volpato non ci ha messo molto a scoprire - confortato da successive perizie calligrafiche del perito del Tribunale Rosalba Trevisani Bartalotta - che tra tomi antichi e di pregio, foto, quadri, stampe di varia epoca e provenienza (tra cui un eccezionale album con foto e dipinti di Veruda) si annidavano, dimenticati, anche libri che portavano un illustre nome di appartenenza: “Ettore”. «In un certo senso me l’aspettavo - dice Volpato - perché l’esperienza mi ha insegnato che ridurre una biblioteca strutturata a un solo individuo è perlomeno azzardato: avrei sicuramente trovato volumi appartenuti ad altri componenti della famiglia Veneziani». E così è stato, solo che tra questi c’era anche Ettore Schmitz.
Ora il Dipartimento di Storia e culture dall’antichità al mondo contemporaneo (Discam), erede del Dipartiento di italianistica, ha allestito un mostra del lascito Fonda Savio alla Biblioteca statale (inaugurazione il 7 ottobre) dove, oltre a fotografie, quadri, antichi volumi e stampe verranno esposti anche alcuni libri appartenuti a Svevo. «È un fondo importantissimo - dice Elvio Guagnini, curatore della mostra - perché non solo ci permette di arricchire le fonti filosofiche e letterarie dell’opera di Svevo, ma ci consente di avere sottomano parte dell’orizzonte dello Svevo lettore, e di datarlo, visto che in alcuni volumi è segnata anche la data di possesso». «E ciò che più immediatamente sorprende - aggiunge Guagnini - è la varietà dei titoli e delle opere presenti in questa raccolta».
«Per esempio - interviene il responsabile del Museo Sveviano, Riccardo Cepach - credo che nessun ciritico abbia mai citato Kierkegaard tra le fonti sveviane, eppure le sottolineature nel volume “Aut -aut” testimoniano che Svevo l’aveva letto con molta attenzione e ne era stato senza dubbio influenzato». Già a suo tempo Cepach si era messo sulle tracce della perduta biblioteca sveviana, non solo partendo dalla raccolta conservata al Museo, ma tentando con metodi da polizia scientifica di risalire per quanto possibile ai titoli sugli scaffali di Villa Veneziani. A partire da una sola fotografia di Svevo davanti alla sua libreria, con procedimenti di ingrandimento e scansione dei colori era per esempio riuscito a scoprire la presenza de “La grande Encyclopédie Larousse”, rintracciando nella “Coscienza di Zeno” precisi riferimenti all’opera. Ma la biblioteca
ritrovata apre ora tutta una serie di nuove prospettive di studio. E nella ricorrenza dei 150 anni dalla nascita dello scrittore questi libri consentono di approdare a nuove interpretazioni e letture dell’inesauribile mondo letterario di Italo Svevo.

La Piazza dell'Informazione ad Arcade

Il Nuovo Cagnan rilancia il progetto La Piazza dell'Informazione che la rete dei borghi europei del gusto aveva lanciato nel 2016.
La storia,le storie,i mercati settimanali,i protagonisti della vita comunitaria,in un viaggio con la
trasmissione multimediale L'Italia del Gusto.
La prima tappa, Arcade,in provincia di Treviso.

Il Comune di Arcade, in provincia di Treviso, deve probabilmente il suo nome alle arcate costruite in zona quali argini contro le inondazioni del fiume Piave, frequenti in epoca antica.
In alcuni punti del territorio sono stati rinvenuti reperti di epoca romana, segno di un popolamento antico; in epoca feudale Arcade faceva parte delle proprietà della famiglia nobiliare dei Collalto e nel periodo dal XII° al XVI° secolo anche questo territorio fu soggetto alle spartizioni conseguenti le lotte politiche tra Venezia e Padova. 

Passato alla Repubblica di Venezia, ebbe un periodo di sviluppo economico e si popolò di ville, sontuose dimore di nobili veneziani; nel periodo napoleonico, prima, e in quello asburgico, poi, fu spesso occupato dagli alloggiamenti militari e per questo soggetto a distruzioni.

Nell’ultimo ventennio del XIX secolo Arcade fu oggetto di emigrazione in modo particolare verso l’America, e, in seguito, verso  la Francia, la Svizzera ma anche l’Australia.

La prima guerra mondiale colpì duramente il nostro paese sia per il numero di vittime e profughi sia per le distruzioni che avvennero, compresa quella della Chiesa parrocchiale; morti e distruzioni che si ripeterono anche nel secondo conflitto. Nei periodi tra le due guerre la questione più sentita era quella della collocazione della sede municipale, dato che al nostro territorio erano legate le frazioni di Cusignana, Giavera e SS. Angeli; le diatribe durarono fino al 1960, anno in cui Arcade fu eretto come comune autonomo con il primo Sindaco, l’on. Ruggero Lombardi che aveva sostenuto in Parlamento tale proposta di legge.
Negli ultimi anni il Comune è stato interessato da una forte espansione abitativa e la popolazione raggiungerà entro l’anno le 4000 unità.
Il territorio di Arcade è interamente pianeggiante, con aree su cui trovano posto colture di pregio, in modo particolare vigneti che traggono la loro peculiarità dal terreno ghiaioso.
Il paesaggio particolare e la sua collocazione geografica equidistante dai centri più grossi (Treviso, Montebelluna e Conegliano), ne hanno fatto da sempre luogo di dimora anche di importanti famiglie: restano le testimonianze delle Ville quali la Villa della Zonca, Villa Barnabò e Villa Sugana, o Cavalieri, quest’ultima di proprietà comunale con uno splendido parco aperto al pubblico.

Di particolare interesse è poi quel che resta della struttura di Castel Bonomio, edificio risalente al XV secolo almeno nel nucleo originario. Degna di essere visitata la Chiesa arcipretale dedicata al Patrono San Lorenzo, ricostruita in stile romanico che presenta al suo interno alcune opere come la Vergine in trono con San Lorenzo ed altri Santi di Giacomo Bravo (1606) , Maria Immacolata con Santa Maria Maddalena e Sant’Antonio di Gaetano Zombino e il Miracolo del SS. Sacramento dell’Eucaristia di Desillo Orioli.
Di rilevante valore artistico sono le quattro formelle bronzee dello scultore A. MURER, rappresentanti le quattro stagioni, collocate sul sostegno del pennone dell'alzabandiera, posto davanti al Monumento ai Caduti in Piazza Vittorio Emanuele III.
Accanto, dal 2005, è stato collocato il monumento all'emigrante, opera di C. Balljana.

Arcade è ancora terra di antichi sapori e tradizioni, come testimoniano le sagre paesane (quella di Agosto, in onore del S. Patrono e quella della Madonna Addolorata in Settembre in località Madonnetta) e l’appuntamento della sera del 5 gennaio con il Panevin organizzato dal locale Gruppo Alpini in concomitanza con un prestigioso concorso letterario, “Parole intorno al fuoco”, patrocinato dall’amministrazione comunale.

sabato 20 maggio 2017

'Ciri'Chiereghin e l'Oca Bianca

Nella redazione de 'Il Nuovo Cagnan', diretto da Mirko Trevisanello, spettava a Neno Abiti
'pennellare' i ritratti dei trevigiani importanti.
Le notizie che riguardavano 'Ciri' Chiereghin ( mitico Sindaco e Presidente di CassaMarca), erano
esclusivo appannaggio del Neno.
Lo si poteva incontrare, dopo le amate lezioni,alla corte della Nerina, all'Oca Bianca in tarda mattinata,a discorrere amabilmente, magari con Alfredo Beltrame ed altri amici ....

Ricordi per il futuro: c'era una volta Treviso di Mirko Trevisanello

"....Mirko Trevisanello, il pescivendolo-giornalista-scrittore, uomo di guerra e d'amore, che, dopo la morte, Treviso con fastidio si ostina a dimenticare, nonostante abbia lasciato libri fantasmagorici."
(da La Tribuna di Treviso)
 
Mirko Trevisanello
Editrice Canova
Lo ha accompagnato per tutta la vita, ricordandogli sempre da dove proveniva e dove poteva ritornare. Anche in situazioni drammatiche come la II guerra mondiale c'era sempre quel nome, Trevisanello, a rammentargli che Treviso e la sua gente lo aspettavano a casa. E lui non ha dimenticato. "Ricordi per il futuro. C'era una volta Treviso" (Editrice Canova, 25 mila lire) dello scrittore e giornalista Mirko Trevisanello è la testimonianza vivente di un uomo che ha visto e vissuto la Treviso degli anni delle guerre. E quanto non ha vissuto lo ha raccolto da una tradizione orale popolana, che tramandava usanze e linguaggi. Qui la storia ufficiale dunque non... fa storia, appunto. Trevisanello ha tutto in testa: "Spero vi sarete accorti della quasi totale assenza di riferimenti cosiddetti storici. Poco o nulla conosco infatti della storiografia ufficiale di Treviso - scrive Trevisanello - C'era una volta... Statene pur certi, la Treviso di cui vi parlerò io ve la propinerò in questa maniera. E così il mio ricordare diventerà un po' vostro, anzi sono sicuro che vi coinvolgerà molto di più che non una delle tante inutili tirate saputone da primi della classe". Palco in prima fila, come lo chiama lui, è innanzitutto la bottega del padre pescivendolo nella quale vede sfilare ogni giorno tutta la trevigianità di allora. Poi i suoi occhi e le sue orecchie, fedeli compagni di tante avventure ed esperienze. I luoghi (Cae de Oro, piazza dei Cunici poi San Vio, piazza Duomo, la montagna dei poareti, piazza dei Signori), i volti (il conte Rinaldi, el sior Caccianiga, Bepi Mazzotti, Bruno Marton, Toti Dal Monte), i vecchi piatti (risi e bisi, risi co' a lugànega, a sopa coada, bogoeti ajo e ojo, poenta co' i osèi) e addirittura i 'mistieri scomparsi' (el pontapiati, el caregheta, el moleta, el strassariòl) sono tutti lì, più vivi che mai grazie alle sue 'pennate' vivaci. C'è tutto insomma, anche se qualcuno tra i più giovani potrebbe notare l'assenza di luoghi che gli sono oggi noti. Il motivo c'è e fa parte ancora una volta delle esperienze umane di un popolo: "Molto probabilmente ci sarà chi, lettore giovane (mi piacerebbe tanto averne) si chiederà come mai io non faccia alcuna menzione di certe vie o piazze cittadine. Cari lettori giovani, quelle vie e quelle piazze non esistevano: le 'crearono' le bombe nel corso dell'ultima guerra". Il suo però non è il libro di un vecchio nostalgico: primo, perché nonostante i suoi 75 anni Trevisanello vecchio non si sente proprio per niente, secondo perché "Ricordi per il futuro" (e il titolo lo conferma) è un libro di speranza per gli anni avvenire, rivolto ai trevigiani e alla loro trevigianità più genuina: "Non ho scritto questo libro solo per evocare Treviso - spiega l'autore - Ma per difenderla. Che combattente sarei altrimenti? Difendere la città in cui sono nati i miei antenati, ma soprattutto proteggere la sua lingua. L'appello che lancio ai giovani è proprio questo: difendete la vostra cultura e la vostra lingua".

Capitan Franco Batacchi - In memoria di un direttore visionario e irriverente


di Luca Colferai
Alla vigilia di Natale 2011 si è spento Franco Batacchi, pittore di quadri e direttore di giornali, di carta ma anche no, incisore, scultore, artista e critico d’arte; ma soprattutto un avventuroso innovatore editoriale. Avrebbe compiuto sessantotto anni il 5 gennaio.
Venezia7 settimanale la testata
Prima o poi nelle redazioni dei giornali scatta l'orgasmo dell'inchiesta sui giovani. Per attrarre pubblico giovane. Ovvio. Nello scantinato della concessionaria d'automobili alla Vempa, rampa cavalcavia, Mestre, Venezia, quel giovedì pomeriggio riunione di redazione. Una dozzina di tardoadolescenti: «Non serve che facciamo un'inchiesta: basta che ci domandiamo tra noi».
«Voi non siete giovani. Se foste giovani non sareste qui.»
Era il 1983 Franco Batacchi junior era il direttore di Venezia7, il settimanale veneziano con Corto Maltese in testata (regalato da Hugo Pratt in persona). Aveva quarant'anni ma era sicuramente più giovane di noi, che a venti pensavamo che fare i giornalisti fosse un gran figata.
In effetti però la redazione di Venezia7 era una grande figata. A parte inon giovani, che poi sono diventati quasi tutti stimati professionisti cittadini, dell'informazione e anche no; e non si sa se sia un merito o una colpa del maestro; c'erano inon vecchi, che adesso non ci sono più ma che erano titanici.
I locali della redazione alla Vempa erano a strati uno sopra l'altro come i ponti di una nave, e sarà stato anche per questo, oltre agli anni passati che mi fanno vedere oggi tutti i trascorsi sotto una luce rimbambita e avventurosa, ma pareva proprio di essere in mezzo a dei corsari.
Capitan Batacchi era piccolino e cicciottino, con la barba che non si capiva se era da tagliare o da lasciar crescere, pareva un orsetto: ma non era mica mona. Anzi. Governava il settimanale con lampi di genio ironico, con beffe sanguinose, con piglio filibustiere. Pilotava la sua ciurma di coscritti (una dozzina di collaboratori) e arruolati a forza (due redattori e una segretaria e i vegliardi) in spedizioni malandrine. Durante la Mostra del Cinema ci si trasferiva armi e bagagli nelle disadorne aule dell'Ala Dreyer, dietro e dentro il palazzo, per un'edizione quotidiana del settimanale, per quindici giorni tutta dedicata alla Mostra. Adesso la stessa cosa la fanno le testate multimilionarie finanziate dalle cretinissime major cinematografiche con dépliant stile pubblicità degli ipermercati. Ma allora era un'impresa titanica, e divertente, e anche intelligente. Quando uscì Marco Polo, il mensile veneto patinato dell'editrice de Il Gazzettino, ecco che Capitan Batacchi pubblica Marco Polo 2000, presentato a Ca' Dario e che inevitabilmente forse anche per questo morirà prestissimo.
Come riuscisse a farcela è merito. Non per i soldi, che magari glieli prometteva il pirotecnico festaiolo Gianni De Michelis alloraDoge socialista, ma proprio per riempire le pagine prima di andare in stampa. Per quanto volenterosi, i giovani sono giovani, e perciò in gran parte inaffidabili: hanno sempre qualcos'altro d'importantissimo da fare. Sopperivano le macchine inarrestabili dei vegliardi: c'erano pomeriggi in cui Mirko Trevisanello e Alessio Mezzina tempestavano le scassatissime Lettera 22 di fiumi di ricordi notizie storie che si materializzavano da lì a poco in pagine irresistibili.
Ma anche fisicamente credete che sia facile? In un mondo in cui si comunica a distanza solo con il telefono fisso, a gettoni magari? E per avere un fax bisognava avere una concessione governativa? Io per esempio visto che arrivare alla Vempa dal Lido ci voleva un'ora e mezza (bici più motoscafo più autobus) gli infilavo gli articoli battuti a macchina (Lettera 35) nella buca delle lettere di casa, in Ruga Giuffa (così prendevo solo la motonave) alla mattina presto. Poi li portava lui. Venivano trascritti furiosamente dalla segretaria tuttofare in uno scassatissimo computer impaginatore e quindi, smaterializzati digitalmente, portati in piena campagna a stampare. Poi sarà anche peggio: trasferita la sede di Venezia7 in Via Torino, in un capannone hangar dotato di sventoli inutili (facevano svolare via tutte le carte dalle scrivanie) le pagine venivano portate in tipografia al vicino Gazzettino e trasformati in strisce di carta dalla poderosa stampante milionaria delle Imprese Tipografiche Venete. Riportate le strisce in redazione, per ore e ore, seguendo i menabo incollavamo le strisce con della puzzolentissima cera rovente sui fogli millimetrati e poi di nuovo in tipografia per la stampa. Tirai dentro anche il mio papà, che all'epoca era già in pensione (ma aveva cominciato a fare il linotipista a sedici anni) per la parte peggiore dei giornali: la distribuzione. E Capitan Franco Batacchi si cuccava tutte le fasi del lavoro. Anche no.
D'altronde, ce l'aveva nel sangue.
Sebbene si chiamasse Junior. O meglio, Jr. Per distinguerlo da suo padre, Franco Batacchi Sr. e fosse come lui pittore, scultore, critico d’arte, organizzatore di mostre. Era il giornalismo la sua grande passione. In senso pregnante direi: interesse, inclinazione, forte amore che domina l'uomo inducendolo a compiere azioni degne di biasimo, con punte di sofferenza fisica e morale, infatti.
Aveva iniziato alla fine degli anni ’60 fondando un settimanale aggressivo che rompeva la monotonia e il servilismo dell’informazione veneta del tempo. Si chiamava «Treviso 7 giorni». Era l’art director. Con lui, due personaggi straordinari: il giornalista Adriano Madaro detto «Il Cinese», che ne era il direttore (poi a lungo inviato del Gazzettino e organizzatore di eventi culturali in Cina); e il pirotecnico editore Giorgio «Spassoeta» Spigariol detto Spiga, che era il potente direttore della Pro Loco Tarvisium e poi segretario del felpatissimo e democristianissimoDoge Carlo Bernini. Sede prestigiosa in centro a Treviso, sopra il ristorante «Alfredo» di Alfredo Beltrame, fondatore della catena dei Toulà, legami politici con la corrente morotea della Sinistra di Base guidata a Treviso da Carlo Bernini e Dino De Poli, il tuttora potentissimo patron di Cassamarca. Il successo di «Treviso 7 giorni» lo portò nel giro di alcuni anni ad espandersi al resto della regione e a diventare «7 Giorni Veneto», fondendosi con un altro settimanale aggressivo, «Veneto Sette». «7 Giorni Veneto» visse parecchi anni, prima di chiudere affondato dai debiti che travolsero il direttore, costringendolo persino a vendere alcuni degli appartamenti di famiglia, compresa la sua bella casa in Calmaggiore.
Nel frattempo Franco Batacchi Junior si era dedicato ad altre imprese.
Nei primi anni ’70 fu tra i fondatori, insieme alla Marsilio dei fratelli De Michelis, di un altro settimanale di battaglia, «Speciale Nord Est» con sede a Mestre.
Notate che Batacchi fu il primo a usare questa denominazione in luogo delle desuete Tre Venezie e Triveneto.
Fu in quest’ambito che inventò la prima televisione privata della regione: «Tele Veneto». Occhio: era una tv via cavo, allora sembrava che questo sarebbe stato il futuro; però nell'allora presente era ancora più che futuro: i cavi non c'erano. Bisognava stenderseli, i cavi. Furono fatti esperimenti, e trasmissioni, tirando cavi in centro a Mestre, in centro a Treviso, e cablando un’intera isola veneziana, quella di Sacca Fisola, da dove venivano irradiate demenziali trasmissioni fatte insieme agli abitanti. Il caso ebbe rilevanza nazionale. Televeneto vinse anche un premio della rivista «Millecanali» a Milano per la miglior trasmissione italiana: «L’autostrada di Pinocchio», un’inchiesta del nostro direttore editoriale, filmata dal compianto Giulio Da Re, sulle bufale raccontate dalla Dc per costruire l’autostrada Venezia-Monaco, mai realizzata.
Non si arrese alla chiusura della tv, Capitan Batacchi fondò un network radiofonico con sede nel quartiere Cita di Marghera: forniva radiogiornali a sedici piccole emittenti e si sosteneva con gli introiti pubblicitari raccolti da una trasmissione in lingua tedesca, destinata ai turisti del litorale adriatico.
Forse era anche troppo avanti. Sognava una Venezia senza antenne sui tetti e per questo aveva convinto la Philips a cablarla: figuriamoci!
Poi la stagione del «Diario», sempre con i De Michelis, e quindi di Venezia7. Al Diario Franco Batacchi era responsabile delle pagine culturali. Di Venezia7 oltre a quanto detto, aggiungerei che il giornale visse per sette anni: scusate se è poco. Dopo la morte di Venezia7, a quel poco che ne so, l’ultima sua impresa giornalistica fu un altro settimanale analogo ma effimero: Latina7. Ignoro le ragioni per cui finì a Latina. Me ne andai da Venezia7 dopo aver lavorato inutilmente ad un numero speciale di Marco Polo 2000 dedicato all'expo di Venezia. Come fosse possibile che un mensile finanziato da Gianni De Michelis fallisse prima di uscire con un numero speciale dedicato alla grande promessa del suo sponsor (tra l'altro tutto scritto da me, che me ne ero anche andato in Giappone a vedere Tsukuba '85) ciò mi appare ancor oggi misterioso.
Ma Capitan Franco Batacchi era in realtà un impenitente sognatore, un fantasioso anarchico insofferente di ogni regola. Nelle sue varie imprese tentò di venire a patti con i potenti, ma ogni volta avevano loro il coltello dalla parte del manico, e i cordoni della borsa stretti stretti. Come accade quasi sempre ai corsari. ●
Gennaio, 2012



I Paccheri con il baccalà al Vecchio Moncin a Treviso

La redazione de 'Il Nuovo Cagnan' ha fatto una sosta gustosa alla Trattoria al Vecchio Moncin
da Nicola, avendo saputo per vie non troppo misteriose, della possibilità di degustare un ottimo piatto di paccheri al sugo di baccalà.
Mai visita fu più gradita.

"I paccheri derivano quasi certamente dal Greco (letto in internet, vedi wikipedia), tradotto letteralmente starebbe a significare “pacca” e da qui paccheri o anche schiaffo. Ora mi viene da pensare che gli schiaffoni alcuni anni fa non ricordo più dove li avevo trovati in un negozio di Milano, presumo e li avevo, probabilmente giustamente, identificati anche come paccheri.
Di forma circolare molto ampia (prima della cottura), si appiattiscono quasi su se stessi e diventano quasi carnosi quando li mangiamo. Questa pasta si presta per molte ricette sia con sughi prelibati, sia ripieni.Il Baccalà, pesce molto buono e gustoso, proviene dai mari del nord e ne esistono due speci che una volta catturati vengono puliti e salati per averne una lunga conservazione. Il baccalà quando viene preparato per la cottura deve essere lasciato a mollo nell’acqua per un paio di giorni almeno, cambiando l’acqua periodicamente." (Giallo Zafferano)

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